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Una nuova alba per la terapia anticoagulante prima dello STEMI: risultati dallo studio HEPARIN-STEMI

Di Lorenzo Scalia

Un numero crescente di evidenze ha dimostrato in modo consistente che la riperfusione spontanea dell’IRA alla prima angiografia è associata a una migliore sopravvivenza.1-4 Poiché la riperfusione spontanea si verifica solo in una minoranza di pazienti (15–25%), strategie farmacologiche aggiuntive somministrate al primo contatto medico (FMC), capaci di facilitare la riperfusione dell’IRA, potrebbero essere fondamentali per migliorare gli esiti.

Nell’ultimo decennio, diversi studi hanno valutato l’efficacia e la sicurezza del trattamento precoce con agenti antiaggreganti o anticoagulanti nei pazienti con STEMI, inclusi gli inibitori orali del recettore P2Y12, gli inibitori endovenosi della glicoproteina IIb/IIIa (GPI) e l’eparina non frazionata (UFH).5-6 Tuttavia, le linee guida non raccomandano l’anticoagulazione pre-ospedaliera, e la maggior parte di questi studi si è concentrata sugli antiaggreganti, mentre altri sono stati condotti prima dei miglioramenti nell’organizzazione delle reti STEMI e hanno incluso popolazioni eterogenee.7

Recentemente, lo studio HELP-PCI ha riacceso l’interesse per il trattamento precoce con UFH nei pazienti con STEMI, dimostrando che la somministrazione di UFH al primo contatto medico era associata a una maggiore pervietà dell’arteria responsabile dell’infarto (definita come flusso TIMI 3) rispetto alla somministrazione routinaria in sala di emodinamica (23,6% vs 17,6%; odds ratio 1,44; IC 95% 1,06–1,97).8 Tuttavia, la maggior parte dei pazienti nel braccio sperimentale ha ricevuto UFH in ospedali non dotati di PCI primaria o in pronto soccorso, e solo il 4% ha ricevuto UFH in ambulanza; pertanto, il reale beneficio della somministrazione pre-ospedaliera di UFH sulla riperfusione dell’IRA potrebbe essere stato sottostimato.

Il trial HEPARIN-STEMI, presentato alla conferenza dell’ACC 2026 e pubblicato simultaneamente su Circulation, esplora il ruolo della somministrazione precoce di eparina non frazionata nei pazienti con STEMI candidati a PCI primaria, spostando l’intervento anticoagulante dal laboratorio di emodinamica al momento del primo contatto medico.

Lo studio randomizzato, open-label e monocentrico, ha arruolato circa 600 pazienti con sintomi insorti da meno di 6 ore. I partecipanti sono stati assegnati a ricevere un bolo di UFH già in fase pre-ospedaliera oppure secondo la pratica standard, cioè solo prima della PCI. L’obiettivo principale era verificare se questa strategia anticipata migliorasse la pervietà dell’arteria responsabile dell’infarto già alla prima angiografia, misurata come flusso TIMI 2–3.

Il risultato più rilevante è un aumento significativo della pervietà coronarica precoce nel gruppo trattato precocemente (43% vs 27%), senza un corrispondente incremento dei sanguinamenti maggiori. Questo dato suggerisce che l’anticoagulazione anticipata è in grado di modificare la storia naturale del trombo coronarico nelle fasi iniziali, favorendo una ricanalizzazione parziale prima ancora dell’intervento meccanico. Alcuni segnali secondari, come una migliore risoluzione del tratto ST e valori più bassi di troponina a 24 ore, sono coerenti con un possibile effetto favorevole sull’entità del danno miocardico.

Tuttavia, questi benefici non si traducono in una riduzione dimostrabile degli hard endpoint, come mortalità o shock cardiogeno, né a breve né a medio termine. Questo aspetto richiede cautela nell’interpretazione: il trial non è dimensionato per questi endpoint e quindi non può escludere un beneficio clinico, ma allo stesso tempo non lo dimostra.

Dal punto di vista metodologico, alcuni elementi meritano attenzione. La natura monocentrica e open-label limita la generalizzabilità dei risultati e introduce potenziali bias. Inoltre, l’endpoint primario è angiografico e valutato senza una core lab indipendente, il che può influenzare la robustezza della misura. Anche l’interpretazione dei biomarcatori è incompleta: la riduzione della troponina a 24 ore è suggestiva, ma senza un’analisi più dettagliata (ad esempio area sotto la curva) resta difficile quantificare l’effettivo impatto sulla dimensione dell’infarto.

Un altro punto rilevante riguarda la selezione della popolazione: sono stati esclusi pazienti ad alto rischio, come quelli con shock cardiogeno o arresto cardiaco, che sono proprio quelli in cui un’eventuale strategia di riperfusione precoce potrebbe avere il maggiore impatto clinico. Questo limita ulteriormente l’estensione dei risultati alla pratica quotidiana.

Nel complesso, il trial fornisce una prova  che anticipare la somministrazione di eparina può migliorare la riperfusione pre-PCI in modo sicuro, rafforzando il razionale fisiopatologico di un intervento antitrombotico il più precoce possibile. Tuttavia, resta aperta la questione cruciale: se questo miglioramento angiografico si traduca in un beneficio clinico significativo. Per rispondere a questa domanda saranno necessari studi più ampi, con endpoint clinici solidi e popolazioni più rappresentative.

Bibliografia:

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9. Fister M., Noc M, Radsel P., Bunc M., Franco D., Goslar T. Pre-hospital heparin

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