OH, CODESTO NON LO DOVEVA FARE!
di Eligio Piccolo
01 Novembre 2020

L’indimenticabile novelliere toscano, Renato Fucini, ci ha raccontato con genuina ironia, talvolta dura nell’epilogo, l’episodio di quel medico condotto, conscio dei suoi limiti ma piuttosto sbrigativo, il quale accelerava le visite a domicilio chiedendo dal calesse ai familiari come stava il paziente allettato. Ad ogni risposta sui nuovi sintomi e disturbi egli replicava che “codesto lo doveva fare”, ossia che il tutto rientrava nel decorso della malattia. Ma il giorno in cui la risposta fu che il buon Dio se l’era ripreso, non gli rimase che abbassare il tono di voce e dire: “oh, codesto non lo doveva fare!”. Non che oggi le visite domiciliari vadano molto meglio, sono quasi scomparse, ma per fortuna il sistema sanitario, il telefono a portata di mano e il 118 le hanno integrate, e perfino un malato con insufficienza cardiaca o con infarto può venire soccorso in tempo utile. La gente, inoltre, ne sa un po’ di più e ha a disposizione farmaci che presi regolarmente distanziano di molto le crisi acute e facilitano l’intervento diretto del medico.
Ho accennato all’insufficienza cardiaca, detta anche scompenso di cuore, che sarebbe potuta essere la malattia del paziente maremmano sopra citato, perché oggi rispetto ai tempi delle Veglie di Neri la sua gestione si è molto avvantaggiata. Non solo grazie ai più numerosi e migliori farmaci per curarla e prevenirla, ma anche per i nuovi segni ed esami nel tenerla sotto controllo. Abbiamo imparato che prima di avere il fiato corto o il gonfiore alle caviglie si dovrebbe prestare attenzione all’andamento della pressione, alla diuresi, cioè se la quantità di urina si è ridotta, o se il peso è in aumento senza una giustificazione dietetica. E’ sufficiente in questi casi prendere un diuretico, che non fa mai male, e constatare che un “fiume” si era accumulato dentro di noi. Naturalmente tutto ciò comporta che vi sia un medico attento e generoso nell’insegnare, ma anche un paziente che recepisca e non minimizzi per paura del ricovero.
E poiché oggi queste premesse non sono molto considerate, visto il tempo che il curante può dedicare all’empatia e vista l’insufficiente volontà-cultura del paziente nell’imparare e collaborare, la Medicina ha pensato bene di introdurre nel controllo del malato due conquiste scientifiche, trasformandole in due precisi esami del sangue. La prima è l’hsTnT, scusate l’arabesco, ma è la proteina che si libera dalle cellule del cuore in sofferenza, come nell’infarto o nello scompenso cardiaco; la seconda è il BNP, la sigla che indica una specie di ormone che il cuore stesso produce, quando è stressato, per indurre i reni ad aumentare la diuresi e liberarsi del liquido accumulato. Un effetto curioso che molti hanno sperimentato anche durante situazioni più benigne e passeggere, come durante e dopo una crisi di tachicardia o di fibrillazione atriale. Entrambi questi esami aumentano i loro valori in prossimità di uno scompenso e potrebbero essere utilizzati in clinica quali segnali per prevenirlo. Come suggerisce l’American Heart Association (Circulation, febbraio 2020) alla luce di alcuni studi in pazienti con ipertensione o con cardiopatia ischemica. Nei quali però tali esami, che loro indicano come “biomarkers”, andrebbero eseguiti ogni giorno per valutare il grado dell’incipiente o palese scompenso, nonché gli effetti della terapia.
“Brisa par criticher”, come dicono a Bologna, ma a parte il costo e il supplizio di questi ripetuti esami del sangue, è da domandarsi se la nostra Medicina futura sia destinata proprio a sostituire il ragionamento e il rapporto medico-paziente con quelle espressioni meccanicistiche delle nostre invenzioni. In verità, se lo sono domandato anche alcuni di quegli esperti delle Università del Texas e di Vienna, che hanno valutato l’utilità dei due biomarker, sottolineando l’opportunità di impiegarli in casi particolari. Ma, modestamente come dicono a Napoli, avrei preferito che, pur di fronte al comprensibile entusiasmo per questa coincidenza fra dati di laboratorio e i rilievi clinici, che il medico attento sa utilizzare meglio, si fosse sottolineata, non solo l’importanza, bensì anche la necessità di non perdere quel benedetto rapporto con i segni che il corpo rivela nella malattia e che il medico si è costruito con paziente fatica. E che oltretutto esprimono e mantengono quel dialogo antico e quella filosofia infinita tra medico e paziente.
Se la pratica medica non è più l’arte di quel meraviglioso connubio fra scienza biologica e individualità, come dicevano i nostri maestri, ma diventerà un arido confronto con una specie di robot, allora sorge la domanda: i medici saranno destinati a diventare tutti degli impiegati, addirittura alla monsù Travet o al ragionier Fantozzi? E’ una domanda scaramantica, si capisce, che non potrà toglierci l’ottimismo sull’uomo, il quale per sua natura non può rinunciare a sé stesso, a meno di non cambiarsi cuore e cervello.