LA RUOTA
di Eligio Piccolo
01 Gennaio 2021

Quando negli anni cinquanta giunsi a Città del Messico per imparare la cardiologia, così come altri colleghi prima e dopo di me, fu come arrivare in un altro pianeta. Il clima, l’altitudine, la razza meticcia per il 70%, criolla per il 20% e india per il 10%. La disponibilità dei colleghi e maestri a compartire la scienza era come da noi i panini quando si va in gita; l’attitudine del popolo alla calma, a rinviare il problema non urgente: “doctor, vamos a tomar un cafecito”; la ricerca frequente di un clima di festa, i mariachis che suonavano e cantavano con disinvoltura il dolore e la gioia, l’amore e la morte; il cibo piccante avvolto nelle tortillas, che ci riportavano a John Steinbeck nel suo “Pian della tortilla”; i sombreros e i sarapes avvolgenti; ma più quei grandi affreschi, i murales di Rivera, di Siqueiros e di Orozco a testimoniare la travagliata storia della conquista, dell’indipendenza e dell’orgoglio indigenista; l’ammirazione e “odio” per i gringos, gli statunitensi, più bravi ma più “stupidi”, che avevano carpito con il denaro parte del loro territorio; infine, ma non ultima, la religiosità cattolica festosa e mescolata con antichi riti, ma senza rapporti diplomatici ufficiali con il Vaticano.
Tutto ciò e tanto altro ancora ci coinvolgevano piacevolmente, ci riportavano a certi archetipi della vita europea. Ma ciò che per molti anni, almeno in me, è rimasto difficile da spiegare è la ruota. Quei popoli, i Maya, gli Olmechi, i Toltechi, gli Aztechi, gli Incas, ricchi di una loro civiltà anche raffinata, non conoscevano la ruota come complemento al trasporto di persone e di pesi. Eppure non mancavano in loro manufatti rotondi che avrebbero potuto far venire il concetto, basti pensare al calendario azteca che si può ammirare nel museo della capitale, una pietra rotonda grande quanto una ruota d’automobile, sulla quale sono istoriati con precisione i segni del tempo. Per la precisione, pare che gli olmechi avessero costruito dei giocattoli per bimbi con la ruota, ma è certo che in tutta l’America precolombiana mancasse questo ausilio di trasporto; utilizzato invece da altri popoli anche per altre funzioni come la lavorazione del vasellame nei sumeri 3.500 anni prima. La ruota, come si sa, è stata invece regolarmente utilizzata dagli egizi e da altre popolazioni antiche, specie quando si pensò di associarla ad animali addomesticati per ridurre la nostra fatica. Insomma, il bisogno negli altri avrebbe acceso la fantasia, specie dopo che dalla fase di cacciatore-raccoglitore l’uomo passò a quella di agricoltore di vasti appezzamenti di terra e maggiore fu la necessità di farsi aiutare nei trasporti pesanti.
Si possono fare molte considerazioni su tale arretratezza di popolazioni peraltro ben civilizzate, ma a me è sempre mancata una ragione esauriente, un motivo totalizzante. Anni dopo questa esperienza due miei assistenti in viaggio aereo nel Sudamerica furono allertati dalla hostess per un paziente colto da dolore anginoso. Lo soccorsero e, sospettato l’infarto, dissero al comandante di atterrare al primo aeroporto per disporre il ricovero. Vi giunsero e già era pronta l’ambulanza, dalla quale scesero due portantini dal volto olivastro e dai capelli corvini, già provvisti di barella; la comica, mi raccontarono, fu quando essi cercarono di farla entrare cosa non possibile perché più larga dell’ingresso all’aereo. Uno dei due allora fece loro cenno di girarla a taglio, e in questo modo passò. Quando al ritorno ce lo riferirono tutti fummo presi dall’ilarità, ma subito dopo a me si accese quella lampadina che cercavo da tempo, ossia la risposta del perché in quel mondo non si era pensato mai alla ruota. Mi si affollarono mille idee, cercai di scacciare quelle meno nobili e alla fine mi concentrai su due: a) i precolombiani erano popoli che avevano sviluppato molto la ricerca del trascendente, la contemplazione degli astri, il volere degli Dei, l’Huitzilopochtli della guerra e del sole; b) mancava loro il ragionamento greco-romano, Aristotele, e quindi la ricerca logica, in breve il cammino della scienza.
L’arrivo di Colombo e degli europei nel nuovo mondo lo scompaginò e da subito, come è stato tramandato, gli aborigeni cominciarono a pensare che fossero arrivati gli extraterrestri, animati di chissà quale vendetta con cavalli, armi da fuoco, violenze, soprusi, virus liberi di distruggere corpi senza immunità, e carri con ruote per muoversi rapidamente. Fu un’ecatombe, nella quale però non fu negata la dignità razziale, si rispettò l’amplesso, come tra Malinche e Hernan Cortés, il conquistador che proditoriamente uccise la dirigenza degli Aztechi. Per loro una specie di lotta fra Dio e i mortali, come si legge per il popolo ebraico nella Bibbia e poi anche nella lunga storia teocratica della cristianità. Un dualismo che un famoso dittatore messicano, Porfirio Diaz (1876-1915), interpretò più prosaicamente, nei 30 anni che gli toccò di governare il paese messicano, come una difficoltà a conciliare un Dio per lui così lontano e i prevaricanti Stati Uniti troppo vicini, “così lontani da Dio e così vicini dagli Stati Uniti”, diceva. Egli morì in esilio e non gli toccò di vedere come quel popolo, uscito da tante vicissitudini politiche e genetiche, sia stato capace di creare una nuova filosofia di vita e di rapporti umani, come nel costruire il famoso Istituto Cardiologico che tutto il mondo ammirò, a prescindere dalla ruota.