LA QUERELA
di Eligio Piccolo
01 Gennaio 2021

Viene dal latino “quero”, cerco, chiedo per ottenere, ed è la richiesta per via giudiziaria di qualcuno contro altri o altro, nella presunzione che questi abbiano offeso i propri diritti o la reputazione. Spesso viene sporta per una soddisfazione personale, ma anche per un compenso in denaro, non sempre adeguatamente calcolato al netto delle spese legali. Come quel contadino del mio basso Veneto che decenni fa entrò nello studio del suo avvocato, con il piglio di chi vuol fargliela pagare, dicendo: “avocato, parché lui mi ha deto dilanquente e io li facio quarela!”, cui seguì un iter di cui si dovette pentire. Oggi anche gli sprovveduti sanno come muoversi e si fanno consigliare meglio. In alto loco poi tutto è ben calcolato sia sul ritorno pecuniario per il danno subito, sia per una visibilità a fini politici o di notorietà.
Ai giorni nostri rispetto al passato, chiunque segua i media, TV e giornali, si sarà reso conto che le notizie e le cronache sono quasi tutte, e in una progressione preoccupante, riservate ai soli fatti luttuosi, furti, ruberie e in campo sanitario alle rivalse contro ospedali, medici o infermieri, colpevoli di diagnosi sbagliate, stupri e sottrazioni varie. La buona azione quotidiana di chi fa volontariato, di chi aiuta chi, del portafogli rinvenuto e restituito, ancorché pubblicata, dà un po’ fastidio per l’impressione che occupi uno spazio religioso e non quello delle vicende della vita quotidiana. In realtà sono episodi rari rispetto alle attese di ore ai pronto soccorsi, all’ubriaco che guida e uccide, ai femminicidi, ai genitori cretini che si oppongono alle vaccinazioni o all’infermiere che perde la pazienza o si prende certe libertà. Anni fa, ancora in periodo “buono”, nel mio reparto si ricoverò una minorenne piuttosto carina verso la quale un infermiere si soffermava un po’ troppo mentre la notte le praticava l’intramuscolare sui glutei. I genitori fecero le giuste rimostranze e stavano per giungere alla querela quando il medico di reparto, piuttosto autorevole, chiese loro: “ma chi è questo infermiere?” Alla risposta egli abbozzò un sorriso rassicurandoli: “state tranquilli, è innocuo”. La battuta ebbe l’effetto sperato.

La nostra sanità è spesso definita una delle migliori del mondo perché teoricamente copre ogni assistenza per tutti e per tutto, dal ricco al povero, dall’aspirina al trapianto di cuore. Insomma una conquista, presa come un “allegro” bengodi, dove con il tempo sia il cittadino sia lo Stato compiacente e burocratico hanno messo del loro, finendo con fargli perdere molti pregi. Si abbonda in medicinali, la medicina di base rimpiange il vecchio medico condotto che visitava e andava a domicilio, il paziente e i familiari non comprendono le diagnosi sbagliate e talora neanche quelle giuste, pretendono però che il sanitario gliele spieghi, ma non tengono conto che per loro la medicina è come per il medico la matematica quantistica. Sono, come dice Sgarbi, capre, ma vorrebbero essere volpi. Pretendono la visita e il certificato di idoneità sportiva, ma non sanno che prevenire una morte improvvisa di un atleta sul campo costa come una Ferrari. Ma soprattutto che il maggior costo per questa nostra sanità teoricamente primatista è il personale impiegatizio inutile e il depauperarsi di medici perché molti sono stati organizzati a fare una specie di travèt di lusso.
Ma ritorniamo al tema, la querela, che dopo tante intromissioni dei singoli e della politica nella gestione della nostra pregiata sanità sta diventando un assillo legale e un intralcio all’attività medica. Ai tempi del Duce, con cui tanti amano confrontarsi, ancorché l’ultimo balilla stia già scomparendo, il termine malasanità non esisteva e gli errori medici erano in qualche misura compresi e assolti. La pinza chirurgica o la garza dimenticate nell’addome operato faceva notizia, ma non querela. Ricordo un cardiochirurgo italiano, di quelli che si erano formati per anni negli States, che mi raccontava di Denton Cooley, il mago del bisturi che fra parentesi attirò molti viaggi della speranza nel dopoguerra, il quale aveva inventato la conta dei ferri e della garze durante l’operazione e poi la riconta, onde evitare ogni dimenticanza. Credo che a quei tempi da noi nemmeno l’amputazione dell’arto sano al posto di quello malato muovesse la magistratura.
Oggi qualsiasi evoluzione della malattia che non abbia soddisfatto le aspettative è guardata con la lente della diffidenza, specie dai parenti, ignoranti ma saccenti, amorosi ma anche attenti al risarcimento. Non si rendono conto che questa ipercritica, non solo grava sulle spese sanitarie assicurative e sulla burocrazia delle privacy e dei consensi informati, ma soprattutto induce il medico a non fare, o fare il meno possibile per non sbagliare. A questo punto vale ricordare l’acuta osservazione di Pirandello, che considerava: “Se noi conosciamo che l’errore è umano, non è crudeltà sovrumana la giustizia?” Ma soprattutto occorre tenere bene a mente quella di Aristotele che ironicamente diceva: “Le persone perfette non combattono, non mentono, non sbagliano e non esistono”.