LA PRESSIONE ROSA
di Eligio Piccolo
01 Dicembre 2020

E pensare che la prima misurazione della pressione arteriosa in un mammifero fu eseguita su una cavalla, ritenendo forse che negli animali il sesso non fosse discriminante nel dare valori differenti. Quella sperimentazione fu opera di un botanico, chimico e teologo inglese, Stephen Hales alla fine del XVII secolo. Il quale peraltro impiegò una tecnica così cruenta, con grossi aghi e lunghi tubi di vetro, che se non fosse intervenuto due secoli dopo l’italiano Scipione Riva-Rocci con lo sfigmomanometro a mercurio, usato ancora oggi assieme ai moderni digitali, non avremmo ottenuto negli ultimi 100 anni tante conoscenze sulla fisiologia e sulla patologia, oltre al suo comportamento nelle popolazioni umane, l’epidemiologia.
E ancora, ma si fa per discorrere, i medici e i pazienti non si troverebbero oggi tutti i giorni a “sacramentare”, come dicono in Veneto pur nel massimo rispetto verso i Santi, per stabilire i millimetri più salutari, i più normali per l’età, quando intervenire con i farmaci, quali tipi, a che ora e in che misura, e le variazioni stagionali. Il tutto scandito attraverso un dialogo fra chi sa di cosa parla e i pazienti che pensano alla minima e alla massima come fossero i valori del colesterolo. Ma è il prezzo della medicina moderna, bellezza! Come direbbe l’ineffabile Bogart.
Ritornando alla doverosa realtà, va considerato che per molto tempo non si è invece trattato del diverso comportamento della pressione nell’uomo e nella donna. La medicina ufficiale è stata quasi distratta, forse perché all’inizio del secolo scorso si pensava a lei eterea, meglio inquadrabile nel mal sottile che in un volgare coccolone, roba da maschi duri e intemperanti. Mentre facevano appunto notizia gli ictus degli uomini importanti: Lenin, Stalin, Berlinguer, Luchino Visconti, chissà perché tutti di sinistra, forse per l’ideologia che comportava un maggiore impegno; ma poi, tanto per rimanere nel giornalismo ad effetto, nel gossip, si sono aggiunti anche Domenico Modugno e il democristiano Beniamino Andreatta, che verosimilmente al pari dei marxisti, sono stati sfigati o hanno prestato poca attenzione alla loro salute e alla pressione.
Ma la donna, la nostra compagna, come va realmente la sua pressione e le complicazioni ad essa correlate? La risposta, come dicono i politici, va articolata. In particolare considerando le moderne conoscenze, che sono da un lato la scoperta che lei, oltre ad avere il bacino più largo, le mammelle prominenti e l’assenza di barba, ha tutte le arterie più piccole, ossia di minor calibro e più sensibili allo spasmo, specie quelle del cuore e del cervello. Ne consegue che queste determinano una maggiore resistenza al flusso, come dicono le leggi dell’idraulica, sono più facili a rinchiudersi provocando, oltre all’aumento della pressione, anche ischemia, che per il cuore equivale ad angina pectoris, per il cervello lo si sta ancora studiando. A queste nozioni basilari, ricordate per capire meglio la differenza fra lei e lui, va aggiunto che l’ictus, lo stroke, il coccolone e anche quello più benigno e passeggero, il TIA, sono dovuti a due meccanismi vascolari differenti: la riduzione del calibro per arteriosclerosi o spasmo, oppure l’improvvisa chiusura di un’arteria cerebrale per embolia (80-85%), oppure la rottura del vaso e conseguente emorragia (15-20%). L’incidenza di queste complicanze, spesso legate all’aumento della pressione, è maggiore negli uomini (29.7%) che nelle donne (20.5%).
Per verificare meglio tutte queste moderne conoscenze che hanno dato finalmente alla donna la sua dignità di genere, di persona e anche di malata, si è impegnato il Cedars Sinai Medical Center di Los Angeles, dove Susan Cheng con i suoi collaboratori ha analizzato i dati raccolti durante 43 anni, dal 1971 al 2014, in quasi 33 mila persone (54% donne), di età fra i 5 e i 98 anni, per un totale di 144.599 osservazioni della pressione massima, minima e media (JAMA Cardiology, gennaio 2020). Si è potuto così precisare che nella donna la pressione alta insorge più precocemente e rapidamente che nell’uomo, e con un aumento che coinvolge anche la pressione media, indicativa che le arterie di lei sono di minor calibro, ma pure di certi quadri clinici difficili da razionalizzare nel passato. Quali le piccole angine in donne ancora giovani, l’infarto in coronarie apparentemente sane, la sindrome Tako-tsubo e certe insufficienze cardiache in cuori che sembravano contrarsi normalmente. Ma anche la diversa risposta ai farmaci rispetto al maschio, data la differente reattività emotiva, l’azione degli estrogeni nelle varie età, cui si attribuisce un’azione protettiva delle arterie, e la gravidanza che in rari casi può generare un’ipertensione pericolosa.
A tutto ciò si sono dedicate soprattutto tre illustri signore: la già citata Susan Cheng, Erika Glazer, cattedratica del Women’s Cardiovascular Health, e la direttrice cardiologa Christine Albert. Le quali concludono affermando che l’insorgenza della ipertensione nella donna si comporta con fasi di accelerazione e con valori più elevati rispetto all’uomo, è inoltre più precoce negli anni e forse con maggiore significato di rischio. Sottolineano infine che nella valutazione delle conseguenze cardiovascolari e della terapia lei deve essere inquadrata con più specificità, non estrapolando per lei ciò che osserviamo nell’uomo. Elementare Watson!