QUELLA STRANA ARITMIA VENETA
di Eligio Piccolo
01 Febbraio 2021

Due vecchi amici, un avvocato e l’altro cardiologo si ritrovarono come da lunga consuetudine a chiacchierare di medicina e di politica, davanti al caminetto e a un buon bicchiere di whisky. L’uno compensava il suo vecchio amore per la medicina, che dovette lasciare per non rinunciare all’avviato studio legale paterno, che peraltro continuò egregiamente; l’altro, medico e poi cardiologo, che invece poté seguire quella sua primigenia vocazione e che mai avrebbe potuto concepire la professione dell’amico, poiché, diceva, “non capisco come si possa costruire un’arringa contro chi ha tutte le ragioni e nessun torto”. A questa obiezione il leguleio gli rispondeva: “ricordati che il torto non sta mai da una parte sola”.
L’argomento che in quel momento stava sulla punta della lingua dell’avvocato era la morte inaspettata degli atleti, dopo aver letto sui giornali il caso di un calciatore, trovato rigido nel letto il giorno stesso di una partita di campionato: “ma non mi dicevi che sono controllati piuttosto severamente quei professionisti”, cominciò, “molto più di chi gioca per diletto?” “Certo, come sai, noi italiani abbiamo anche una legge che ci vincola formalmente, mentre in altri paesi lo si fa secondo l’etica e il senso di responsabilità”. “Evidentemente”, rincarò l’avvocato con una punta accusatoria, “i controlli sono insufficienti e andrebbero migliorati”. “Anche questo è vero, ma se alla prevenzione che già ci viene contestata dagli USA per il costo/beneficio troppo alto, aggiungessimo la TAC e la risonanza magnetica, che poi non sono nemmeno loro sempre risolutive, non basterebbe il PIL per le altre necessità sanitarie”. “Rimane però il fatto, mio caro cerusico, che la medicina è ancora incapace di prevedere che un atleta forte e muscoloso stramazzi sul campo”. “Anche questo è vero, sebbene tu lo dica con ingiusta ironia, così come è incontestabile che il fumo e la dieta sbagliata soddisfano il palato ma non la prevenzione. La medicina, mio caro, non è una scienza esatta e a buon mercato, e così come voi dite ‘dura lex sed lex’ anche noi potremmo dire ‘dura medicina sed medicina’”.
“Touché, come dicono i francesi, e quindi passerei alla seconda questione che mi ero ripromessa, quella della singolare aritmia veneta, tipica della nostra regione, che sarebbe avvenuta anche nel calciatore sventurato”. “Pure qui”, rispose il cardiologo, “siamo alla solita semplificazione giornalistica. Il Veneto c’entra per aver dato per primo, dopo un’incompleta segnalazione francese, la descrizione di alcuni giovani, atleti o meno, colpiti da aritmie. Che sembravano lì per lì inspiegabili, con qualcuna causa dal decesso improvviso e documentate inoltre da elettrocardiogrammi strani, cui corrispondevano altrettanto strane alterazioni strutturali del ventricolo destro all’ecocardiogramma. Questi casi, segnalati ripetutamente da alcuni ricercatori dell’Università di Padova, hanno fatto il giro del mondo, dove altri colleghi hanno poi osservato casi simili. Credo vada sottolineata l’incomparabile coincidenza di acuti osservatori dell’ECG, come il veneziano Andrea Nava, e di anatomopatologi alla Morgagni, come il vicentino Gaetano Thiene, entrambi dialoganti nella stessa Università”.
“Quindi”, riprese l’avvocato, “non è una malattia principalmente veneta, ma che cosa scatena quell’aritmia tanto minacciosa?”. “In realtà l’inizio delle segnalazioni la faceva apparire come nostrana, ma le successive pubblicazioni in altre zone del mondo l’hanno messa in dubbio, benché il numero di casi segnalato in Veneto sia stranamente maggiore e anche certi pedigree genetici lo facciano pensare. Quanto alla causa poi, si tratta di una misteriosa trasformazione di zone del muscolo cardiaco in tessuto grasso e cicatriziale, che perde la normale funzione contrattile e acquista quella di provocare aritmie. Ma qui entriamo in un interessante capitolo della patologia umana, già ostico per noi scientifici, figuriamoci per quelli che un mio amico ingegnere definiva: ‘chi sa sa, chi non sa fa legge’”.
“La solita battuta tra il goliardico e il cretino, piuttosto”, aggiunse l’avvocato sorseggiando il suo whisky e con il sorriso di chi si diverte a fare ben altri raffronti culturali, “pensando alle vostre osservazioni genetiche, che poi sono tare ereditarie, il Veneto è di per sé un crogiuolo di etnie, di orde barbariche storicamente avvicendatesi e mescolatesi durante secoli, direi provenienti da tutti e quattro i punti cardinali. Da veneziano mi viene l’uzzolo di pensare ai cromosomi degli Unni, stupratori e inconsapevolmente induttori della meravigliosa causa di Venezia, inseriti in modo aritmico su quelli meno battaglieri della gente veneta, di per sé pacifica e sorniona”. “Tali”, rispose prontamente il cardiologo, “da immaginare quell’induzione delle varianti genetiche osservate nei successivi pazienti sventurati, che oggi sviluppano l’ARVC (aritmogenic right ventricular cardiomiopaty), la sigla con la quale internazionalmente si definisce la malattia in questione”. “Nella quale”, aggiunse l’avvocato, “la V starebbe anche per venetian”.
“Evviva la fantamedicina!” brindarono insieme con l’ultimo sorso di whisky i due vecchi amici.