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Quanto conta eliminare uno o due fattori di rischio cardiovascolare?

Di Flavio G. Biccirè intervista Stefano Savonitto

Flavio G. Biccirè: Dottor Savonitto, sappiamo da tempo che i fattori di rischio cardiovascolare tradizionali rappresentano il principale determinante delle malattie cardiovascolari. Cosa aggiungono i dati più recenti del Global Cardiovascular Risk Consortium alla nostra conoscenza?

Stefano Savonitto: Il valore principale di questa analisi è quello di tradurre l’impatto dei fattori di rischio cardiovascolare in termini facilmente comprensibili sia per il medico sia per il paziente, cioè anni di vita e anni vissuti liberi da malattia cardiovascolare. Lo studio ha analizzato oltre due milioni di individui provenienti da diversi continenti, dimostrando in modo quantitativo quanto la presenza o l’assenza dei principali fattori di rischio modificabili influenzi la probabilità di sviluppare malattia cardiovascolare e la sopravvivenza lungo tutto l’arco della vita. Il messaggio che emerge con chiarezza è che circa metà del carico globale delle malattie cardiovascolari è attribuibile a cinque fattori modificabili — ipertensione, diabete, fumo, ipercolesterolemia e obesità — e che il loro controllo rimane lo strumento più potente di prevenzione primaria.

Qual è il rischio cardiovascolare nel corso della vita nei soggetti con e senza fattori di rischio?

I dati mostrano differenze molto rilevanti. Nei soggetti che presentano tutti i principali fattori di rischio all’età di 50 anni, la probabilità di sviluppare una malattia cardiovascolare nel corso della vita raggiunge circa il 38% negli uomini e il 24% nelle donne. Al contrario, l’assenza completa dei fattori di rischio riduce questo rischio quasi della metà. Ancora più significativo è il dato relativo agli anni di vita: l’assenza dei fattori di rischio ritarda l’insorgenza di malattia cardiovascolare di oltre dieci anni e si associa a un guadagno sostanziale in termini di aspettativa di vita complessiva.

Analizzando i singoli fattori di rischio, quali risultano avere il maggiore impatto prognostico?

Tra tutti i fattori analizzati, l’assenza di diabete e soprattutto del fumo emerge come quella associata al maggiore beneficio sia in termini di anni liberi da eventi cardiovascolari sia di sopravvivenza globale. Il fumo, in particolare, mantiene un impatto estremamente rilevante perché agisce su molteplici sistemi, accelerando l’aterosclerosi ma contribuendo anche allo sviluppo di patologie oncologiche e respiratorie. L’ipertensione, invece, si conferma come il principale determinante degli anni vissuti senza malattia cardiovascolare, probabilmente perché contribuisce contemporaneamente allo sviluppo di cardiopatia ischemica e ictus, che rappresentano le principali cause di morte cardiovascolare.

Un aspetto molto interessante dello studio riguarda la possibilità di modificare il rischio anche in età più avanzata. È davvero possibile ottenere benefici intervenendo dopo i 55–60 anni?

Questo è uno dei messaggi più rilevanti dello studio. Spesso si ritiene che intervenire sui fattori di rischio in età adulta avanzata abbia un impatto limitato, ma i dati dimostrano il contrario. Anche la riduzione di uno o due fattori di rischio nella mezza età comporta benefici misurabili, con un aumento degli anni di vita liberi da malattia cardiovascolare e una riduzione della mortalità per tutte le cause. In particolare, la cessazione del fumo e il controllo dell’ipertensione determinano i guadagni più significativi, sottolineando come non sia mai troppo tardi per intervenire sul profilo di rischio cardiovascolare.

Eliminare un singolo fattore di rischio è quindi già sufficiente per modificare la prognosi?

Anche interventi parziali producono benefici concreti. L’eliminazione dell’ipertensione o del fumo comporta già un aumento significativo degli anni di vita libera da eventi cardiovascolari. Tuttavia, lo studio conferma chiaramente che i benefici aumentano in modo cumulativo: quanto maggiore è il numero di fattori di rischio controllati, tanto maggiore risulta il guadagno in termini di salute e longevità. Questo rafforza il concetto di prevenzione globale piuttosto che focalizzata su un singolo parametro.

Lo studio evidenzia anche differenze tra uomini e donne. Quali indicazioni emergono da questo punto di vista?

Un dato costante è il vantaggio prognostico del sesso femminile, con un ritardo medio di circa tre anni sia nell’insorgenza di malattia cardiovascolare sia nella mortalità globale rispetto agli uomini. Questo conferma il sesso maschile come fattore di rischio non modificabile indipendente. È interessante osservare, tuttavia, che l’effetto favorevole del controllo dei fattori di rischio modificabili appare sovrapponibile nei due sessi, indicando che le strategie preventive risultano ugualmente efficaci in uomini e donne.

Nonostante l’assenza dei fattori di rischio tradizionali, una quota di pazienti sviluppa comunque eventi cardiovascolari. Come possiamo interpretare questo dato?

Questo rappresenta un aspetto particolarmente stimolante. Anche nei soggetti privi dei fattori di rischio tradizionali persiste una probabilità non trascurabile di sviluppare malattia cardiovascolare nel corso della vita. Ciò suggerisce che una parte del rischio rimane non spiegata dai modelli classici e dipende probabilmente da fattori genetici, ambientali, sociali e infiammatori spesso non misurati nella pratica clinica. Negli ultimi anni si è infatti sviluppato crescente interesse verso i cosiddetti pazienti senza fattori di rischio modificabili standard, nei quali l’approccio preventivo richiede una visione più ampia e personalizzata del rischio cardiovascolare.

Qual è quindi il messaggio pratico che possiamo trasferire nella prevenzione cardiovascolare quotidiana?

Il messaggio principale è duplice. Da un lato, il controllo dei fattori di rischio tradizionali rimane il cardine assoluto della prevenzione cardiovascolare e può determinare guadagni sostanziali in termini di anni di vita e qualità della sopravvivenza. Dall’altro, anche interventi tardivi o parziali sono in grado di produrre benefici clinicamente rilevanti. La prevenzione cardiovascolare deve quindi essere continua lungo tutto l’arco della vita e orientata a una gestione complessiva del rischio, integrando progressivamente anche fattori non tradizionali per una medicina sempre più personalizzata.

Grazie Dottor Savonitto per aver chiarito con grande efficacia quanto la prevenzione cardiovascolare rimanga uno degli strumenti più potenti a nostra disposizione per migliorare salute e longevità della popolazione.

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