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HI-PEITHO: è arrivato il momento di cambiare paradigma nell’embolia polmonare a rischio intermedio-alto?

Di Alessandro Battagliese

La fibrinolisi locale eco-assistita riduce in modo significativo la decompensazione precoce nell’embolia polmonare a rischio intermedio-alto, senza un aumento sostanziale delle complicanze emorragiche.

È questo il messaggio chiave del trial HI-PEITHO presentato al recente ACC.26 e pubblicato in contemporanea sul New England Journal of Medicine: un risultato che riapre in modo concreto il dibattito su quando e come intervenire oltre l’anticoagulazione in una popolazione storicamente difficile da trattare.

Questo è un tema rimasto irrisolto per anni e per il quale adesso abbiamo evidenze robuste derivanti da uno studio randomizzato di dimensioni adeguate.

Il problema clinico è ben noto. I pazienti con embolia polmonare intermedio-alto rischio si collocano in una zona grigia: non sono instabili all’esordio, ma presentano disfunzione ventricolare destra e segni di danno miocardico, elementi che li espongono a un rischio non trascurabile di deterioramento nelle ore o nei giorni successivi. La trombolisi sistemica, come dimostrato nello studio PEITHO, è efficace nel prevenire il collasso emodinamico, ma al costo di un aumento significativo di sanguinamenti maggiori e, soprattutto, di emorragia intracranica. Questo ha portato nella pratica clinica a un atteggiamento prudente, basato sull’anticoagulazione e su un’eventuale escalation solo in caso di peggioramento. Il risultato è un equilibrio fragile, in cui si rischia da un lato di trattare troppo e dall’altro di intervenire troppo tardi.

In questo contesto si inserisce HI-PEITHO, uno studio randomizzato, multicentrico, con disegno PROBE, che ha confrontato una strategia di fibrinolisi locale eco-assistita associata ad anticoagulazione con la sola anticoagulazione. L’endpoint primario era un composito clinicamente rilevante a 7 giorni comprendente morte correlata a embolia polmonare, decompensazione o collasso cardiorespiratorio e recidiva sintomatica di embolia, quindi focalizzato proprio sulla fase più critica della malattia.

La popolazione arruolata riflette bene ciò che nella pratica identifichiamo come “intermedio-alto rischio”: pazienti con embolia polmonare confermata, rapporto RV/LV ≥1, troponina elevata e almeno due segni di distress clinico, come tachicardia, pressione arteriosa sistolica ≤110 mmHg o tachipnea/ipossia. Non si tratta quindi di pazienti semplicemente stabili, ma di soggetti con chiari segnali di possibile evoluzione sfavorevole a breve termine. L’età media dei pazienti era di 58 anni, circa il 40% di sesso femminile.

L’intervento utilizzato è altrettanto rilevante dal punto di vista concettuale: una fibrinolisi a basse dosi di alteplase (circa 9–18 mg totali) somministrata direttamente nel trombo attraverso un catetere che utilizza ultrasuoni per facilitare la penetrazione del farmaco. L’idea è quella di mantenere l’efficacia della trombolisi riducendo al minimo l’esposizione sistemica e, quindi, il rischio emorragico.

I risultati sono difficili da ignorare. Su 544 pazienti arruolati, l’endpoint primario si è verificato nel 4.0% dei pazienti trattati con fibrinolisi locale rispetto al 10.3% dei pazienti trattati con sola anticoagulazione, con una riduzione relativa del rischio del 61% (RR 0.39; p=0.005). Il beneficio è guidato principalmente da una riduzione della decompensazione cardiorespiratoria, cioè proprio quell’evento che nella pratica clinica temiamo e che spesso innesca un intervento urgente. La mortalità, come atteso in questa popolazione, è bassa e non mostra differenze significative.

Ancora più interessante è il profilo di sicurezza. I sanguinamenti maggiori non risultano significativamente aumentati nel gruppo trattato con fibrinolisi locale, né a 7 né a 30 giorni, e soprattutto non si osservano emorragie intracraniche. Questo dato rappresenta probabilmente il vero punto di svolta rispetto alla trombolisi sistemica e spiega perché questi risultati abbiano un impatto potenzialmente rilevante sulla pratica clinica.

In altre parole, i risultati di HI-PEITHO sono senza dubbio convincenti sul piano dell’efficacia, ma la loro trasferibilità nella pratica clinica quotidiana, in particolare nei pazienti più anziani e fragili, richiede ancora cautela e ulteriori conferme.

Per comprendere appieno il significato di HI-PEITHO, è utile collocarlo nel contesto della letteratura esistente. Fino ad oggi, le tecniche catheter-directed erano supportate principalmente da studi a singolo braccio o da piccoli trial randomizzati focalizzati su endpoint surrogati, come la riduzione del rapporto RV/LV. Studi come ULTIMA o SEATTLE II avevano suggerito un miglioramento rapido della funzione ventricolare destra e un buon profilo di sicurezza, ma mancava la dimostrazione di un beneficio su endpoint clinici rilevanti. HI-PEITHO rappresenta quindi il primo vero passo in questa direzione.

Le linee guida attuali riflettono proprio questa incertezza. Le linee guida europee ESC raccomandano l’anticoagulazione come trattamento standard nei pazienti a rischio intermedio e riservano la trombolisi sistemica ai casi di deterioramento emodinamico, mentre le tecniche catheter-directed sono considerate opzioni in centri esperti ma con un livello di evidenza limitato. Un’impostazione simile è presente nelle linee guida americane, che prevedono un approccio conservativo con eventuale escalation in caso di peggioramento clinico.

Alla luce di HI-PEITHO, questo paradigma potrebbe iniziare a cambiare. Per la prima volta, abbiamo dati che suggeriscono che intervenire precocemente, prima che si verifichi il collasso, può prevenire il deterioramento clinico senza aumentare in modo significativo il rischio emorragico. Questo non significa che tutti i pazienti a rischio intermedio-alto debbano essere trattati in modo invasivo, ma apre la strada a una strategia più proattiva nei pazienti selezionati, probabilmente all’interno di un approccio multidisciplinare come quello dei PERT team.

Naturalmente, lo studio non è privo di limiti, alcuni dei quali incidono direttamente sull’interpretazione e sull’applicabilità dei risultati. L’endpoint composito è prevalentemente guidato da eventi non fatali, sollevando il dubbio su quanto il beneficio osservato si traduca in un reale vantaggio clinico “hard”. Il disegno open-label, pur con adjudication cieca degli eventi, lascia spazio a potenziali bias nella gestione clinica, mentre il follow-up primario limitato ai primi 7 giorni restringe l’analisi alla fase più precoce della malattia, senza fornire indicazioni solide sugli esiti a medio-lungo termine. Inoltre, l’esecuzione dello studio in centri ad elevata expertise interventistica solleva inevitabilmente interrogativi sulla riproducibilità dei risultati in contesti meno specializzati.

Ancora più rilevante è il tema della popolazione arruolata. L’età media relativamente giovane (circa 58 anni) e la sottorappresentazione dei pazienti più anziani, in particolare degli ultrasettantenni, limitano la generalizzabilità dei risultati proprio nel sottogruppo clinicamente più complesso. È infatti nella popolazione anziana, caratterizzata da un equilibrio particolarmente delicato tra rischio trombotico ed emorragico, che si concentra gran parte dell’incertezza decisionale nella pratica quotidiana. In questo contesto, l’assenza di analisi di sottogruppo robuste per età avanzata rappresenta una lacuna non trascurabile, che rende più difficile identificare con precisione i pazienti che potrebbero trarre il massimo beneficio da una strategia interventistica precoce. Infine, la mancanza di un confronto diretto con strategie alternative, come la trombolisi sistemica a basso dosaggio, lascia aperta una questione clinicamente centrale e tuttora irrisolta.

In definitiva, HI-PEITHO non fornisce una risposta definitiva, ma sposta chiaramente il baricentro della discussione. Non si tratta più soltanto di decidere se utilizzare o meno la trombolisi, ma di capire quando e in quali pazienti una strategia di riperfusione mirata possa offrire il massimo beneficio clinico con il minimo rischio. Ed è proprio su questa selezione che si giocherà la reale applicazione dei risultati nella pratica quotidiana.

Bibliografia consigliata:

  1. Rosenfield K, Klok FA, Piazza G, et al.

Ultrasound-Facilitated, Catheter-Directed Fibrinolysis for Acute Pulmonary Embolism.

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  • Konstantinides SV, Meyer G, Becattini C, et al.

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Fibrinolysis for patients with intermediate-risk pulmonary embolism.

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  • Rivera-Lebron B, McDaniel M, Ahrar K, et al.

Diagnosis, Treatment and Follow Up of Acute Pulmonary Embolism: Consensus Practice from the PERT Consortium.

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  • Giri J, Sista AK, Weinberg I, et al.

Interventional therapies for acute pulmonary embolism: current status and principles for patient selection.

J Am Coll Cardiol. 2016;67:194–206.

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