L’ OBESITÀ : UNA VERA PANDEMIA, SI SALVI CHI PUÒ.
Sull’ultimo numero di Lancet, una prestigiosa rivista internazionale che si occupa di medicina, è comparso il primo di una serie di quattro articoli che hanno per oggetto l’obesità. Perché? Perché la rivista che da sempre si occupa della salute e della “politica della salute” a livello globale, riconosce nell’obesità, che inesorabilmente cresce nel mondo intero, la grande sfida dei prossimi anni.
Proprio in questo settembre 2011 si terrà il primo High Level Meeting dell’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulle malattie non contagiose (Non Communicable Diseases NCDs). Molti paesi possono fornire esempi eccellenti di riduzione delle malattie infettive, dei traumi, di alcuni dei fattori di rischio per le malattie come il fumo, l’ ipertensione o l’ ipercolesterolemia.

Ma nessun paese ha posto in essere una politica efficace che possa fungere da esempio per il controllo dell’ obesità e del diabete mellito di II tipo. Anzi, tutti sono alla ricerca delle strategie per contrastare l’incremento dell’obesità negli adulti e nell’età infantile, non essendo stati in grado, finora, di attuare programmi che applicassero le linee guida dettate nel 2004 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità su salute, attività fisica e dieta. Paradossalmente l’industria del cibo ed i media si sono mossi più rapidamente con accordi nazionali ed internazionali e scrivendo codici di autoregolazione.
Il grosso cambiamento nel sistema globale di produzione degli alimenti, cibi più raffinati, elaborati e di tipo industriale, è responsabile dell’ incremento dell’obesità verificatosi soltanto nelle ultime tre – quattro decadi. Nella prima metà del ventesimo secolo, infatti, l’aumento della meccanizzazione e della motorizzazione aveva condotto ad una riduzione nell’assunzione di cibo, essendosi ridotta l’energia fisica indispensabile per produrre lavoro.

Ma nelle economie di mercato basate su una crescita legata ai consumi, questo iniziale bilancio tra quantità di energia necessaria e quantità assunta è andato, come era prevedibile, perdendosi e tutto questo a partire dagli anni ‘60-’70.
Se il “sistema globale cibo” produce pressoché ubiquitariamente un incremento dell’obesità, sono i fattori ambientali locali i responsabili di un’ampia variazione nella prevalenza dell’obesità nelle popolazioni, come pure i fattori individuali, inclusi quelli genetici. Ma pur tenendo conto delle variazioni individuali, la diffusione epidemica dell’obesità ha un andamento prevedibile nelle sotto popolazioni. Nei paesi a basso reddito l’obesità si manifesta negli adulti di mezz’età, prevalentemente donne, provenienti dalle zone urbane più agiate, mentre nei paesi ad alto reddito riguarda indiscriminatamente i due sessi e tutte le età, ma si manifesta in maniera sproporzionatamente più grande nei gruppi sociali più svantaggiati.
Riflessioni molto interessanti pubblicate su questo complesso articolo che invitiamo a leggere, riguardano il “fallimento di un sistema mercato”. Esso fallisce quando i prezzi e le quantità dei beni acquistati e venduti non sono più indicativi dei costi e dei benefici sulla società.
Queste riflessioni vengono applicate ai bambini. La prima tra le quattro ragioni di fallimento di un sistema mercato è quando esso non protegge gli individui più vulnerabili. I bambini sono chiaramente un gruppo vulnerabile, che richiede protezione sociale e questa considerazione rappresenta un elemento che rende fondamentale l’intervento dei governi. I bambini non sono maturi, non hanno conoscenze sulla nutrizione, non sono in grado di percepire i rischi del loro comportamento e le loro scelte sono fortemente influenzate dal marketing. La seconda ragione di fallimento risiede nella incapacità dei consumatori di scegliere non avendo l’informazione necessaria per una scelta ragionata degli alimenti.

La terza risiede nel fatto che si privilegi l’immediata gratificazione rispetto a risultati potenzialmente negativi a lungo termine.Ed infine sono importanti le ricadute del costo dell’obesità sulla società. Cinicamente si potrebbe fare una considerazione: se è vero che il “costo” di un obeso è più alto, è pur vero che una ridotta aspettativa di vita potrebbe non rendere i costi sociali realmente più elevati.
E’ ovvio quanto tutto questo riguardi i bambini e come sia necessario che i governi si occupino di questi aspetti.
Fonte : Boyd A Swinburn et al. The global obesity pandemic: shaped by global drivers and local environments. Lancet 2011; 378: 804-1
Antonella Labellarte
Cardiologa
Ospedale S. Eugenio, Roma
