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11 SETTEMBRE 2001: 10 ANNI DOPO

Di Antonella Labellarte

Non si tratta di prevenzione cardiovascolare, questa volta ci si allontana un po’ dagli argomenti che stanno a CUORE al Centro per la Lotta contro l’Infarto.
Ma l’11 settembre 2001 è una data ormai impressa nella nostra mente. E il Lancet, che, come si è già detto, è una prestigiosa rivista internazionale che si occupa di medicina, ha dedicato un numero speciale agli effetti sulla salute dell’attacco terroristico dell’ 11 settembre.
10 anni dopo che cosa è successo ai sopravvissuti, cosa abbiamo imparato o dobbiamo ancora imparare?
La rivista ospita tre studi condotti sugli operatori che hanno affrontato la terribile emergenza e sui sopravvissuti. Due studi hanno documentato un aumento dei problemi di salute tra coloro che sono stati coinvolti nell’incidente e il terzo ha rilevato nella stessa popolazione una riduzione dell’incidenza di morte. 
Il primo studio

è stato condotto su 9853 vigili del fuoco che sono intervenuti al World Trade Center. I ricercatori hanno controllato la storia clinica precedente l’attacco e quella dei successivi 7 anni relativamente all’incidenza di cancro nei vigili del fuoco intervenuti e non sullo scenario.  I vigili del fuoco che hanno partecipato alle operazioni di salvataggio hanno presentato un incremento del 10% del rischio di ammalarsi di cancro, se paragonati ad un campione simile di popolazione americana. Nei confronti dei vigili del fuoco di New York non intervenuti, tale incremento sale al 19%. I vigili del fuoco presentano normalmente una ridotta incidenza di cancro rispetto alla popolazione generale statunitense perché non fumatori e mediamente in migliori condizioni fisiche. Secondo gli autori questa aumentata incidenza di cancro nei soccorritori è dovuta alle polveri respirate durante l’intervento di spegnimento dell’incendio ricche in sostanze cancerogene già note, come diossina ed idrocarburi policiclici aromatici e agli elementi responsabili di malattie infiammatorie croniche che possono avere un ruolo nell’oncogenesi.

Il secondo

ha considerato la comparsa di malattie fisiche e mentali in 27.449 partecipanti volontari allo studio, dei 50.000 soccorritori coinvolti approssimativamente stimati. Si tratta di poliziotti, vigili del fuoco, lavoratori edili e dipendenti del municipio. La popolazione è stata divisa in quattro gruppi in base ai giorni trascorsi al World Trade, al lavoro tra i detriti e al livello di esposizione alle nuvole di polvere: bassa (14%) media (65%), elevata (18%) e molto elevata (3% dei lavoratori). Sono stati seguiti per 9 anni, questi i risultati : asma, 28%; sinusite, 42%; reflusso gastroesofageo,  39%; anomalie alla spirometria,  42%.
Questi i disturbi mentali, anch’essi con elevati livelli di incidenza: depressione (28%), disordini da stress post-traumatico (PTSD, 32%), attacchi di panico (21%). Nei poliziotti è stata documentata un’incidenza di depressione pari al  7% e di PTSD pari al 9%. Lo studio conferma dati già rilevati precedentemente negli operatori di polizia di New York: rischio ridotto di sviluppare disturbi mentali, probabilmente giustificato da periodi di training, dal frequente coinvolgimento in situazioni stressanti, dall’autoselezione tra individui più resistenti e dal fatto che tendono a non riportare disturbi psicologici e del comportamento temendo ripercussioni sul lavoro.

E, infine, lo studio che ha documentato una ridotta mortalità per tutte le cause tra civili e soccorritori rispetto a un gruppo di confronto nella popolazione generale della città di New York. Senza entrare nel dettaglio nei numeri il dato di ridotta mortalità non stupisce: gli autori sostengono che le malattie che pur si sono manifestate con un’incidenza altissima in coloro che hanno subito un’alta esposizione alle polveri del World Trade Center, hanno lunghi periodi di latenza. Inoltre la gran parte dei sopravvissuti erano impiegati e soccorritori volontari, più sani della popolazione generale. I risultati, purtroppo, sostengono gli autori, si vedranno a più lungo termine.
Un editoriale accompagna questi studi e con questa riflessione ci lasciamo: “Questo anniversario ci deve ricordare che l’incomprensibile perdita di vite umane su larga scala può oscurare le piccole, quotidiane terrificanti tragedie che vivono individui e famiglie. Il decimo anniversario dell’11 settembre deve essere l’anniversario delle persone che hanno perso la vita e, insieme, delle comunità e delle famiglie che sono rimaste, non solo in America, ma anche in Iraq, in Afghanistan ed in tutti i posti nel mondo che hanno sofferto tali tragedie”.

Fonte : Lancet. 2011;378:898-905. 2011;378:879-887. 2011;378:888-897.

Antonella Labellarte
Cardiologa
Ospedale S. Eugenio, Roma

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